Luisa Muraro 

Dio è violent – nottetempo 

Presentazione del libro: giovedì 31 maggio, ore 18.00 in via della Lungara (Casa delle Donnne)

L’estate scorsa, nel centro storico di Lecce, sul-

la cinta esterna di un complesso in ristruttura-

zione, sopra la dorata pietra leccese è apparsa

una scritta in nero che, quando la vidi, mi par-

ve scritta da me in sogno.

Suppongo che sia ancora là. Dice, in carat-

teri cubitali ma minuscoli, tolta l’iniziale che è

maiuscola: “Dio è violent…!”. La frase non è

interrotta ma mutilata, la lettera finale essendo

coperta da una macchia bianca che si estende

anche sul puntino del punto esclamativo, che

però traspare. Subito sotto, sulla destra, un’al-

tra mano ha aggiunto in lettere maiuscole, ma

piú piccole e rossastre: “E mi molesta”.

La duplice scritta solleva un gran numero

di questioni in groppo fra loro e con il nostro

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tempo, come un nodo di questioni antiche

dell’umanità arrivate al pettine.

La prima riguarda la cancellazione della let-

tera finale: è stata cancellata apposta e perché?

La finale di quell’aggettivo ci direbbe di che

genere è, -o = maschile, -a = femminile; il ge-

nere di un aggettivo, sempre secondo la nostra

grammatica, si conforma a quello del nome e

fa pensare al corrispondente genere sessuale.

Dio, nella nostra lingua, sarebbe un nome di

genere maschile ma la teologia femminista ci

ha portati a interrogarci sul genere di Dio e sul

rapporto che c’è tra Lui o Lei, e la differenza

sessuale umana, cioè il nostro essere donne e

uomini, differenza che si riverbera variamente

in tutti i linguaggi, dalla danza allo sport, dalla

moda al canto, e in molte lingue, direi tutte ma

non le conosco tutte. Non solo, in molti ricor-

diamo quel papa che regnò un solo mese, Albi-

no Luciani, il quale disse: “Dio è anche mam-

ma”, attribuendo cosí alla divinità un genere

femminile.

Purtroppo, la lettera finale essendo illeggibile,

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l’intento di chi ha voluto cancellarla, uomo o

donna, è doppiamente difficile da indovinare.

Altre domande spuntano se prendiamo in consi-

derazione la scritta aggiunta: lo fu prima o dopo

la cancellazione? Tendo a pensare che fu prima

e che la cancellazione abbia a che fare proprio

con la scritta aggiunta, come per contraccolpo.

In ogni caso, le due scritte insieme formano una

breve, drammatica narrazione. Quella principa-

le da sola, invece, sembra affermare un dogma

circa il rapporto fra Dio e la violenza.

Non possiamo escludere una cancellazione

di natura dotta, fatta cioè per insegnarci che

Dio non ha un genere come noi. L’idea di un

Dio né maschile né femminile, per quanto fi-

losoficamente inoppugnabile, un Dio persona

senza sesso, è piuttosto insulsa; per contro,

l’immagine di una teologa femminista o di un

dotto prete che nottetempo, secchiello di calce

in mano, correggono l’errore sul muro, piace e

fa ridere.

Non possiamo escludere nemmeno il fat-

to accidentale: le apparenze lo escludono ma

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nelle cose umane non si può non lasciare una

parte al caso e nelle divine pure, quando s’in-

tromettono nel nostro mondo.

La questione maggiore che pone la duplice

scritta è, chiaramente, che si predichi la violenza

di Dio. Violenza in generale che la scritta minore

interpreta in senso sessuale. C’è anche un signi-

ficato metaforico del molestare ma oggigiorno

quello prevalente riguarda i rapporti a sfondo

sessuale, con un’implicita allusione ai rapporti

dispari, di adulti con bambini o bambine, di

capi con dipendenti ecc., una disparità che, trat-

tandosi di Dio, di colpo diventa smisurata.

Associare la violenza a Dio non è una no-

vità: siamo abituati ai discorsi sulle Crociate,

l’Inquisizione, oppure l’11 settembre, il terro-

rismo islamista… Sono le risorse di una cul-

tura dei luoghi comuni. Ma predicarla, cioè

fare della violenza un predicato della divini-

tà, è insolito e sfiora la bestemmia. La scritta

di Lecce non ha niente di triviale e niente di

blasfemo. Punta direttamente su Dio senza

passare attraverso i suoi fedeli. Ma, pur met-

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tendolo in una luce temibile, non ha accenti

di protesta o di riprovazione: prevale la con-

statazione, inquietante ma distaccata. Io l’ho

letta come un messaggio ispirato dalla divinità

stessa che da quel muro si rivolge a noi umani.

Dio che scrive sui muri, è una novità ma non

per chi conosce la Bibbia.

Alla scritta di Lecce non ero preparata, ma

vederla fu piú una conferma che una sorpre-

sa. Conferma inattesa di pensieri suscitati dalla

lettura di La passione secondo G.H. della scrit-

trice brasiliana di origine ebreo-ucraina Clarice

Lispector (1920-1977). A un certo punto del

suo itinerario G.H., la protagonista, parla di

imparare a usare Dio il quale, per parte sua,

non si fa scrupolo di usarci: “Egli ci usa e non

impedisce che noi facciamo uso di Lui” e nota

che noi siamo parecchio arretrati e “non ab-

biamo un’idea di come approfittare di Dio”.

Facciamolo ricorrendo alla violenza se occorre,

cosí come con le cose di questo mondo. “An-

che con Dio ci si può aprire la strada median-

te la violenza”. Lo fa anche Lui con noi: “Egli

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stesso, quando ha piú specificamente bisogno

di uno di noi, ci sceglie e ci violenta”. (Non so

il portoghese ma mi piace citare Lispector nella

lingua originale, che è sorella della nostra: Ele

mesmo, quando precisa mais especialmente de

um de nós, Ele nos escolhe e nos violenta).

Che cosa significano queste parole? Credo

che non chiedano di essere interpretate ma

di essere prese alla lettera. E, da parte nostra,

stare a quello che succede di conseguenza alle

altre parole e alle cose.

Tirar fuori Dio in apertura di uno scritto

laico di argomento politico non si usa e vorrei

giustificarmi.

Non nominare il nome di Dio invano, dice

il libro sacro degli ebrei e dei cristiani. Però,

praticamente, che cosa vuole dire “invano”?

Per molti ormai sarebbe sempre invano. A me

nominarlo talvolta serve. Mi serve introdurlo

nei ragionamenti che non lo prevedono per

scavalcare certe divisioni fissate dal raziona-

lismo borghese. Quello, per intenderci, che

organizza l’enciclopedia dei saperi e lo fa in

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una maniera che certe volte è censura. Potrei

portare degli esempi.

Sono anch’io nemica dell’invadenza clerica-

le, come può esserlo il piú laico degli intellet-

tuali. Ma Dio non è un prete (né un intellet-

tuale) e non gli somiglia lontanamente. Vero

è che si lascia usare dai preti per i loro scopi.

Alla stessa stregua, replico, da me per i miei.

“Ele deixa”, scrive Clarice Lispector nel testo

già citato: ci lascia fare, ci lascia usarlo, ap-

profittiamone. Se ci va, naturalmente, perché

è un’opportunità offerta, non un obbligo, con

Dio vige la libertà e ci sono persone da Lui o

Lei amatissime che nascono, vivono e muoiono

senza avere mai fatto il suo nome.

Il mio scopo, nel portare questo o quel

nome (ne ha tanti, di tanti generi e numeri,

perfino tempi e coniugazioni) dove non era

previsto, è di ingrandire le vedute e di far gio-

care qualcosa del molto che è fuori gioco dal

regime storico della vita del pensiero. Qui si

tratta di trovare vedute alte e larghe sull’uso

della violenza. Si tenga conto che l’operazione

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di tirare in ballo Dio non ci fa uscire neces-

sariamente dal razionale, anzi certe volte è il

contrario: c’è infatti una ultragenerosità razio-

nale di Dio, se cosí posso esprimermi.

La notte scorsa ho incontrato in sogno un gatto con il collo lunghissimo e un corpo da feto umano, grigio traslucido. Lo coccolo. Non so se se ha bisogno di qualcosa né come fare a dargliela. Altro sogno, anni fa, di un bambino con gli occhi sulle antenne. E’ molto piccolo, ma sa camminare e parlare. “Non mi vuoi?”. Di nuovo non so come prendermi cura di quel piccolino. Ma con tutto il mio essere voglio proteggerlo e nutrirlo! Proteggere gli ibridi e i mutanti nel vulnerabile stadio dell’infanzia è proprio la funzione del Guardiano.

William S. Burroughs

Da R2 di Repubblica, lunedì 16 gennaio 2012
Andrea Tarquini

Fratello maiale, dovremmo rispettarti. Sei un animale intelligente e sensibile quasi come noi umani. Non lo dice un idealista vegetariano, bensì un autorevole studioso austriaco, il professor Johannes Baumgartner. I maiali, ha spiegato a Welt am Sonntag, hanno grandi facoltà cognitive, quasi come nessun’altra specie. Provano sentimenti ed emozioni come noi. Hanno il senso della competizione come il senso della famiglia, provano gelosia come paura. Grufolano nei modi più diversi, segnalando con suoni differenti gioia, gioco, stress o paura e dolore. Si adattano veloci ad ambienti diversi, e pensano persino in modo strategico, cosa quasi senza uguali nel regno animale: sanno trovare velocissimi il cibo anche in un labirinto. Hanno poi anche una capacità di comprensione matematica: valutano subito quanto è abbastanza e quanto è poco, cosa rarissima tra le bestie, nota Baumgartner. Invita a riflettere: li mangiamo ma dovremmo – se non sentirci cannibali – pensare a quanto ci sono simili e farli vivere in modo umano, non con l’allevamento in batteria. E smetterla di dire ‘porco’ o ‘maiale’ come insulto.

*Testo ispirato ad un articolo di David Olivier
Abolizione della carne e macellazione rituale

In questo testo* intendiamo sviluppare un discorso sulla macellazione rituale ebraica e
musulmana che non sia fondato sull’ostilità nei confronti dell’ebraismo o
dell’islamismo.
Il nostro discorso non è orientato verso una scelta individuale, ma verso le norme
etiche e legali da applicare a tutti. Il problema non è, per esempio, che i consumatori
(non ebrei o non musulmani, supponiamo) mangino carne rituale a loro insaputa, ma
che gli animali siano uccisi in un certo modo. Non vogliamo più trascurare la possibilità
di non mangiare semplicemente più carne. Non c’è nulla (o comunque, nulla di
rilevante) né nell’islamismo né nell’ebraismo che prescriva di mangiare carne kosher o
halal.

Le prescrizioni su questo tema sono divieti e non obblighi.
Queste religioni non dicono che bisogna mangiare carne kosher o
halal, ma che non bisogna mangiare carne non kosher o non halal.

Pertanto, le critiche che di solito sono dirette verso la macellazione rituale sono
formulate per ora in un modo che suggerisce che si debbano forzare ebrei e
musulmani a mangiare la carne “normale”; dunque, in modo conflittuale con la loro
religione.

Noi ci rifiutiamo di formulare la posta in gioco come se si trattasse di sapere se la
carne consumata da ebrei e musulmani debba poter essere macellata ritualmente. Al
contrario, dobbiamo accettare come un dato di fatto che queste persone non vogliono
mangiare la carne “normale”.

Perciò, la questione è se debbano mangiare la carne halal/kosher o se
invece non debbano mangiare alcun tipo di carne!

Se c’è un conflitto, non è un conflitto con la loro religione, ma con il
loro desiderio di mangiare carne, desiderio che non è una loro
peculiarità.

Di fatto, la maggior parte degli ebrei e degli islamici “dimenticano” opportunamente il
fatto che nulla li obbliga a mangiare gli animali. Si verifica un gioco scorretto, per cui
da una parte alcuni per antisemitismo e/o xenofobia attaccano molto selettivamente la
macellazione rituale, e dall’altra molti ebrei e musulmani utilizzano l’antisemitismo e
la xenofobia come paraventi per difendere i loro interessi di normalissimi carnivori.
Una delle giustificazioni spesso usate dai sostenitori della macellazione rituale è che
quest’ultima viene regolata secondo norme particolarmente rispettose del benessere
animale. Spesso si mostra soltanto l’origine religiosa di tali regole, come se
corrispondessero ad una volontà di fare soffrire meno gli animali relativamente alle
pratiche utilizzate all’epoca. Senza dubbio c’è del vero in tali argomenti, ma se
riguardano solo il passato, allora non sono pertinenti al giorno d’oggi.

Se invece a questo proposito si afferma che queste forme di macellazione sono oggi
più rispettose del benessere animale, allora dovremmo prendere questo argomento
sul serio fino in fondo. Le leggi che impongono lo stordimento hanno anch’esse come
apparente giustificazione quella di fare soffrire di meno gli animali. C’è qui una
contraddizione. La conclusione non può essere che gli uni continuino a praticare la
macellazione rituale, poiché è meno cruenta, mentre gli altri continuano a praticare la
macellazione con stordimento, poiché è meno cruenta.
Un argomento non ha alcuna portata se non convince coloro verso cui è indirizzato.
Pertanto, non si ha l’impressione che l’argomento secondo cui la macellazione rituale
è meno crudele abbia come scopo quello di convincere il legislatore, con la
conseguenza di un abbandono generale dell’obbligo di stordimento e la
generalizzazione dei metodi usati per la macellazione rituale. Una posta in gioco di
questo tipo non viene mai messa sul tavolo, neppure da parte di quelli che
propongono questo argomento. Al contrario: per loro si tratta soltanto di giustificare il
fatto che vengano lasciati tranquilli, consentendo loro di continuare a praticare la
macellazione rituale. Ma per quale motivo il legislatore dovrebbe lasciarli tranquilli, in
nome dell’argomento “macellazione rituale meno cruenta”, mantenendo lo
stordimento come regola generale, in nome del fatto che si tratta di una pratica meno
cruenta?

In conclusione: dato che nessuno, né gli ebrei né i musulmani, non più dei cristiani, dei
buddisti o degli atei, ha l’obbligo di mangiare gli animali, non c’è conflitto fra queste
religioni e gli eventuali divieti riguardanti alcuni determinati metodi di macellazione.
Di conseguenza, questi divieti dovrebbero essere discussi indipendentemente dalle
questioni religiose, e non dovrebbero essere oggetto di deroghe per motivi religiosi.
Se si ritiene che il metodo X è meno cruento del metodo Y, e si ritiene che vada
imposto il metodo meno cruento, bisogna imporre il
metodo X, e bisogna imporlo per tutti gli animali
macellati.
Coloro la cui religione dovesse vietare di consumare
gli animali macellati con il metodo X dovrebbero, se
prendessero sul serio la propria religione, astenersi
semplicemente dal consumarli, e dunque non
dovrebbero più consumare animali.
Se costoro interpretano le norme legali che impongono
il metodo X come contrarie alla loro religione, è
semplicemente perché antepongono il proprio
desiderio di mangiare carne alla propria volontà di
aderire ai precetti della propria religione. Se ebrei e
islamici prendessero sul serio i precetti della loro
religione, sarebbero i primi ad abolire la carne!

Va detto che il fatto che l’ebraismo e l’islamismo non impongano di mangiare animali
è un fatto esso stesso controverso. Molti ebrei e musulmani pensano di avere l’obbligo
di mangiare carne, in particolare in occasione di alcune festività. Eppure, la credenza
in tali obblighi può rivelarsi fragile. E’ già accaduto che durante un’epidemia le
autorità religiose musulmane francesi dichiarassero che in definitiva non è davvero
obbligatorio uccidere un montone durante la festa del sacrificio, e che esistono
alternative che vanno altrettanto bene.

Poiché la produzione di carne implica l’uccisione degli animali che vengono mangiati…

Poiché le loro condizioni di vita e di macellazione provocano sofferenza a molti di loro…

Poiché mangiare carne e altri prodotti animali non è necessario, e poiché gli esseri senzienti non
devono essere maltrattati o uccisi inutilmente…

… Per questi motivi allevare, cacciare e pescare animali a fini di consumo, così come vendere ed
acquistarne i corpi, deve essere vietato.

abolizionecarne@gmail.com  
http://aboliamolacarne.blogspot.com
http://www.nomoremeat.org

Amare la vita e crederci vuol dire anche amarne il dolore; vuol dire amare il tempo in cui siamo nati e le sue voragini di terrore; e vuol dire amare, del destino, la sua oscurità e la sua tremenda imprevedibilità. E’ tuttavia ancora vero che su un simile pensiero non si può forse costruire nulla; non essendo per verità un pensiero costruttivo, ma una sorta di fuoco che ciascuno accende in solitudine e per conto suo.

(Natalia Ginzburg)

Le Cahiers antispécistes
http://www.cahiers-antispécistes.org/
CA n°34 (in pubblicazione)
Gli animali-imballaggio
di David Olivier

Traduzione di Michela Pezzarini
Questo articolo è stato precedentemente pubblicato nel numero 103 della rivista Alternatives végétariennes di marzo 2011. Una versione più lunga è disponibile sul sito dei Cahiers antispécistes.

Una critica mossa frequentemente ai regimi alimentari vegetariani si basa sul loro bisogno di essere integrati di vitamina B12 che, presente in abbondanza nella carne, è di fatto praticamente assente nelle piante. Chi segue una dieta completamente vegetale deve infatti garantirsi un apporto regolare della vitamina attraverso il consumo di integratori o di alimenti arricchiti (alcuni succhi di frutta, corn flakes…). Anche gli ovo-lacto vegetariani ne hanno bisogno, considerando che in latte latticini e uova la B12 è presente solo in quantità irrisoria. La carenza di B12 può manifestarsi dopo molti anni ed essere causa di conseguenze irreversibili all’apparato nervoso. Anche se in forma lieve, nel tempo può danneggiare le arterie.

Tutto ciò è fonte di disagio per gli stessi vegetariani – che spesso non amano l’idea degli integratori alimentari – e fornisce argomenti alle critiche mosse dai medici. Il dottor Frank Senninger si pronuncia così: “Sicuramente è possibile integrare [la dieta veg], ma è ragionevole propagandare un regime alimentare incompleto?[1]”

La situazione è questa: i vegetariani devono prendere un supplemento di vitamina B12, direttamente o indirettamente, mentre chi mangia carne ha un’alimentazione “completa”, considerando che la B12 è naturalmente presente nella carne degli animali.

Ma è davvero così? Niente affatto, perché c’è un dettaglio di cui si parla poco.

A livello mondiale nel 2008 sono state prodotte, nelle fabbriche di quattro diverse aziende ( una francese, la Sanofi-Aventis, e tre cinesi) circa 35 tonnellate di vitamina B12[2]. Una quantità che equivale, grosso modo, a sei volte il fabbisogno nutrizionale della popolazione umana mondiale[3]. Dove va a finire tutta quella B12? Negli integratori destinati ai vegetariani? Devono davvero ingerirne in quantità industriali ed essere un’enorme moltitudine!

No davvero. La realtà è che solo una minima parte dell’intera produzione va a finire negli integratori. La gran parte serve per arricchire i mangimi destinati agli animali degli allevamenti.

Infatti la B12 è tanto poco prodotta dagli animali quanto dalle piante, essendo esclusivamente di origine batterica[4]. In natura è tipico che gli erbivori la ricavino dallo “sporco” presente negli alimenti di cui si nutrono. Al contrario, all’interno dell’ambiente controllato degli allevamenti intensivi questo non ha che un ruolo marginale. Il mangime somministrato al cosiddetto pollame viene sistematicamente arricchito di vitamina B12, come avviene per quello dato ai maiali [5]. E questa B12, come quella negli integratori per i vegetariani, è prodotta industrialmente per fermentazione, di solito a partire da colture di batteri geneticamente modificati[6].

Quella della B12 è una molecola grande e complessa, assorbita e utilizzata dagli animali, che la immagazzinano nella carne senza trasformarla. Le molecole di B12 che chi mangia carne ricava “in modo del tutto naturale” da un’alimentazione “completa”, sono soltanto trasportare dal corpo dell’animale. Provengono infatti dall’industria di quattro fabbricanti di livello mondiale, esattamente come le molecole di B12 che i vegetariani ingoiano in compresse.

Insomma: i vegetariani prendono in compresse la vitamina B12 prodotta industrialmente mentre le persone che mangiano carne prendono la B12 prodotta industrialmente e “imballata” negli animali.

Sia in Francia che nel mondo la gran parte del consumo di carne (pesci esclusi) è rappresentato dal gruppo dei volatili definiti “pollame” e dai maiali[7]. La situazione è lievemente diversa per quanto concerne i ruminanti (bovini e ovini), a cui non viene somministrata la vitamina B12 bensì un integratore di cobalto. All’interno del rumine di vacche, manzi, montoni e così via, avviene un processo di fermentazione mediante il quale i batteri producono B12 – a patto che dispongano di cobalto, che è un costituente fondamentale della molecola della vitamina[8]. Lo stesso vale per i cavalli, i conigli e i pesci d’allevamento. I sali di cobalto utilizzati sono tossici e maneggiarli può danneggiare la salute ma se ne autorizza comunque l’uso: di necessità virtù[9].

In questo caso la produzione di vitamina B12 può sembrare più naturale, avendo luogo per via batterica all’interno dell’apparato digerente degli animali, ma si tratta di un processo controllato e gli elementi chimici necessari sono forniti in quantità prestabilite: l’animale funge solo da reattore di fermentazione, prima di servire da imballaggio.

Il caso della B12 è particolarmente significativo perché la vitamina, di cui i vegetali sono privi, è emblematica dell’accusa mossa al vegetarismo – però non all’alimentazione carnea – di non essere un’alimentazione “completa”. Il medesimo schema si ripete inoltre per diversi altri nutrienti di cui si dice che la carne sia ricca. La carne è ricca di ferro: da dove viene questo ferro? Dall’integratore aggiunto alla dieta degli animali[10]. Delle proteine animali si decanta tanto la ricchezza in amminoacidi essenziali, per precisione la lisina e la metionina. Ebbene, la produzione destinata agli allevamenti avviene rispettivamente per fermentazione batterica e per sintesi chimica ed è una tra le maggiori attività produttive dell’industria biochimica, attualmente in forte espansione a livello mondiale[11].

Si potrebbe proseguire con il calcio, lo zinco, lo iodio, la vitamina D e così via: nell’allevamento gli integratori di ognuna di queste molecole sono garantiti. Ed è per questo che l’alimentazione carnea è “completa”: grazie alla massiccia presenza di integratori imballati nelle carni di esseri senzienti.

Da notare inoltre che l’animale-imballaggio perde, poiché solo una piccola parte dei nutrienti aggiunti alla sua alimentazione è ancora presente nel suo corpo al momento dell’uccisione. Ed è proprio per questo motivo, ad esempio, che attualmente l’industria produce una quantità di vitamina B12 sei volte superiore al fabbisogno mondiale della popolazione umana.

I vegetariani prendono integratori alimentari e così fanno i carnivori, senza (volerlo) sapere. La riluttanza ad accettare di prendere gli integratori alimentari si fonda spesso su un desiderio di “autenticità”. Qualunque sia il senso attribuito al termine, quale autenticità ci può essere nel nascondere i fatti? Se è necessario integrare la propria dieta, che almeno lo si faccia alla luce del sole, piuttosto che rivolgersi agli animali non umani per occultare le sostanze da integrare nelle loro carni.

L’idea degli integratori alimentari può piacere o meno, come possono piacere o meno l’industria chimica e i batteri geneticamente modificati – e queste sono di per sé questioni interessanti. Ma di fronte a chi rimprovera al vegetarismo l’indispensabile consumo di integratori, non è più una questione di schierarsi a favore o contro ma bisogna attenersi ai fatti. No, non è vero che sono i vegetariani che prendono gli integratori: si può anzi dire che ne prendono di meno, perché lo fanno direttamente, senza sprechi intermedi. I veri consumatori di integratori sono quelli che mangiano carne: è innanzi tutto per loro che l’industria sforna vitamina B12, aminoacidi, sali di cobalto, zinco, rame… Se l’argomento “integratori alimentari” ha un peso, è in favore del rifiuto di cibarsi degli animali.

Articolo pubblicato on-line il 24 marzo 2011
Note:

1: F. Senninger è autore di L’enfant végétarien, contro il vegetarismo in età infantile

2. Zhang Yemei, “New round of price slashing iin vitamin B12 sector. (Fine and Specialty)”, 1/2009

3. 35 tonnellate di B12 suddivise tra sei miliardi di esseri umani per 356 giorni fanno 16 microgrammi al giorno. Spesso la dose consigliata è di 2,4 microgrammi

4. i batteri non sono né animali né vegetali

5. Questa integrazione è autorizzata e sicuramente praticata, compreso l’allevamento bio. Cfr le norme della marca Bio Suisse

6. Cfr GMO Compass: “It may be assumed (…) that vitamin B12 is manufactures as a rule with the aid of genetically modified microorganisms.” I fabbricanti non sono molto generosi di informazioni su questo argomento.

7. secondo la voce “carne” di Wikipedia (fr) che si riferisce alle statistiche del ministero francese dell’agricoltura e della FAO, il “pollame” e i maiali nel 2008 rappresentano all’incirca il 60% del consumo di carne in Francia e il 75% a livello mondiale.

8. Ai vitelli destinati al macello si dà direttamente della vitamina B12

9. “Direttive scientifiche sull’utilizzazione dei composti di cobalto in forma di additivi nell’alimentazione animale”, EFSA 2009. Il documento fornisce delle indicazioni generali sulla B12 nell’allevamento.

10. Si vedano ad esempio le diverse tabelle per i vari animali in Carol Drogul e altri, Nutrition et alimentation des animaux d’élevage, vol.2, edizioni Educagli, 2004.

11. “Greater Process Avilability in Lesine Production”: “Methionine: Global Outlook – The Next Decade”

Radicale, massone, animalista. Garibaldi, un precursore

Non tutti lo sanno e non lo si ritrova nei libri di scuola, ma Garibaldi, l’eroe dei due mondi, radicale, massone, anticlericale, fu animalista e vegetariano ante litteram. Nella sua fattoria viveva con capre, pecore, galline, conigli e quattro asinelli. Aveva voluto fondare, come rivelano Domenico Selis e Giuseppe Maria Continiello, dell’Università di Cagliari, una «repubblica degli uguali: uomini e animali».

E’ vero che per un periodo della sua vita fu cacciatore e, tuttavia, come informano i due studiosi, autori di una lunga ricerca a proposito, ebbe il coraggio di cambiare idea e lo fece secondo il suo stile, senza mezzi termini, in modo risoluto.

Si sa, d’altronde, della sua predilezione per Marsala, una cavalla che gli era stata donata dai siciliani per affrontare la risalita fino a Teano. Le voleva talmente bene che quando l’animale morì fece realizzare una tomba con tanto di lapide e di epitaffio.

A Caprera, nel 1871, ricevette da Anna Winter, letterata irlandese, la proposta di mettersi alla testa del movimento animalista italiano e di creare un ente appositamente dedito alla protezione degli animali. Profondamente colpito dalle terribili condizioni in cui erano costretti a lavorare gli animali addetti al tiro pesante dei carri, al giro delle macine e al lavoro nelle miniere, si rivolse, allora, all’amico fidato Timoteo Riboli, suo medico personale, torinese, che amava tanto gli animali da dedicare diverse liriche al suo cane. Il primo aprile 1871 gli scrisse una lettera che risulta essere il più antico documento protezionistico italiano: “Mio caro Riboli, ti prego di istituire la Società Reale per la Protezione degli Animali annoverando la signora Winter quale presidente e il sottoscritto quale “socio””.

La prima sede dell’associazione (costituita “contro i maltrattamenti che subiscono dai guardiani e dai conducenti”) fu a Torino, al primo piano del n. 29 di via Accademia Albertina. Dieci anni dopo l’unità d’Italia e cinque mesi prima della breccia di Porta Pia.

Nel 1872 fu stampato dallo tipografia torinese Vincenzo Bona lo statuto sociale in quattro lingue, italiano, inglese, francese e tedesco. I soci, che si distinguevano in effettivi, benemeriti, onorari, dovevano portare “un distintivo per farsi conoscere e rispettare dai conduttori genti municipali e dalla forza pubblica, onde aver diritto di ammonire i trasgressore e mano forte contro di essi a denunziare alle rispettive autorità i trasgressori punibili con multe, sequestri dei veicoli, arresto personale”.

Nel 1938 la Società Reale per la Protezione degli Animali (poi Enpa) fu nazionalizzata e la sede fu trasferita a Roma. Divenuta, nel 1954, ente pubblico, nel 1979, è stata riconosciuta dallo Stato come ente morale. Oggi l’Enpa conta su una struttura formata da oltre centocinquanta sezioni in tutta Italia, sul contributo di oltre sessantamila tra soci e sostenitori nonché su tremila volontari attivi e su circa trecento guardie zoofile, impegnate nella prevenzione e nella repressione dei crimini contro gli animali.

Garibaldi, che nel corso della sua vita si cibò raramente di carne (il suo alimento preferito era pane, formaggio con le olive o con le fave), negli ultimi anni fu tenace assertore del vegetarianesimo e fermamente convinto che piante e animali avessero un’anima cui non si dovesse nuocere.

[da notizie.radicali.it del’8 aprile 2011 – francesco pullia]