marzo 2009


 

 

 

 

 

It was the most beautiful tree I had ever seen. It was the most beautiful thing I had ever seen. Its blossom was high summer blossom, not the cold early spring blossom of so many trees and bushes that comes in March and means more snow and cold.

This was blue-sky white, heat-haze white, the white of the sheets that you bring in from the line in the garden dry after hardly any time because the air is so warm. It was the white of sun, the white that’s behind all the colours there are, it was open-mouthed white on open-mouthed white, swathes of sweet-smelling outheld white lifting and falling and nodding, saying the one word yes over and over, white spilling over itself.  It was a white that longed for bees, that wanted you inside it, dusted, pollen smudged; it was all the more beautiful for being so brief, so on the point of gone, about to be nudged off by the wind and the coming leaves. It was the white before green, and the green of this tree, I knew, would be even more beautiful that the white; I knew that if I were to see it in leaf I would smell and hear nothing but green. My whole head – never mind just my eyes – all my senses, my whole self from head to foot, would fill and change with the chlorophyll of it. I was changed already. Look at me. I knew, as I sat there blinking absurdly in the hall, holding my hand up in front of my eyes ad watching it moving as if it belonged to someone else, that I would never again in my whole life see or feel or taste anything as beautiful as the tree I’d finally seen.

It was the most beautiful tree I had ever seen. It was the most beautiful thing I had ever seen. Its blossom was high summer blossom, not the cold early spring blossom of so many trees and bushes that comes in March and means more snow and cold. This was blue-sky white, heat-haze white, the white of the sheets that you bring in from the line in the garden dry after hardly any time because the air is so warm. It was the white of sun, the white that’s behind all the colours there are, it was open-mouthed white on open-mouthed white, swathes of sweet-smelling outheld white lifting and falling and nodding, saying the one word yes over and over, white spilling over itself.  It was a white that longed for bees, that wanted you inside it, dusted, pollen smudged; it was all the more beautiful for being so brief, so on the point of gone, about to be nudged off by the wind and the coming leaves. It was the white before green, and the green of this tree, I knew, would be even more beautiful that the white; I knew that if I were to see it in leaf I would smell and hear nothing but green. My whole head – never mind just my eyes – all my senses, my whole self from head to foot, would fill and change with the chlorophyll of it. I was changed already. Look at me. I knew, as I sat there blinking absurdly in the hall, holding my hand up in front of my eyes ad watching it moving as if it belonged to someone else, that I would never again in my whole life see or feel or taste anything as beautiful as the tree I’d finally seen.

may ___  from The Whole Story and other stories, Ali Smith

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Everything in the world began with a yes.
One molecule said yes to another molecule
and life was born. But before prehistory 
there was the prehistory of prehistory and there was the never and there was the yes.
Clarice Lispector

 

 

may
I tell you. I fell in love with a tree. I couldnt’ not. It was in blosssom.

The Whole Story and other stories, Ali Smith

L’esergo al libro  e l’ inizio di uno dei più bei racconti – è possibile innamorarsi di un albero?  
Secondo Ali Smith: sì.

girlmeetsboyHeavenly creatures
A long time ago, on the island of Crete, a girl called Iphis was raised as a boy to save her life. But then she fell in love – with another girl.

Ali Smith brings Ovid’s most joyful myth into the modern age.

From the publisher: “Girl Meets Boy” – It’s a story as old as time. But what happens when an old story meets a brand new set of circumstances?Ali Smith’s re-mix of Ovid’s most joyful metamorphosis is a story about the kind of fluidity that can’t be bottled and sold.It is about girls and boys, girls and girls, love and transformation, a story of puns and doubles, reversals and revelations.Funny and fresh, poetic and political, “Girl Meets Boy” is a myth of metamorphosis for the modern world.

Pubblicato nel 2007, questo romazo “metamorfico” esplora uno dei temi più cari alla scrittrice scozzese: come l’amore sia indifferente a genere, cliché culturali e, non ultime, aspettative pubbliche e private. Un inno alla libertà individuale che trae ispirazione dalla mitologia classica.

… una sera di novembre, che pioveva come in certi autunni, a Napoli, città stranamente vantata per i suoi cieli asciutti e lucenti, pioveva in modo fitto e interminabile, una sera di novembre, verso le dieci – tanto era tardi- saliva per quella scalinatella buia e deserta sotto la pioggia fastidiosa, saliva, senza troppo scomporsi, una figurina di donna che non si sarebbe potuta definire meglio, badando solo al suo modo di vestire, che come  “antiquata”, parola un po’ triste  già ai primi di quel diciannovesimo secolo; per noi, un po’ grave.


hiroshige

hiroshige

 La gonna, non ampia, era lunga, e mostrava di essere stata, in passato, di un bel verde bottiglia, adesso sbiadito. Il giubbetto e la mantelletta erano guarniti di una triplice fila di perline blu, e così la cuffia, ornata però di un veletto scuro che lasciava sfuggire qualche ricciolo dorato. Con la destra (il polso sottile usciva delicatamente da una manica a sbuffo) reggeva il manico di un ombrello dalla cupola sfrangiata e leggera come un tetto di paglia; un tetto solcato anche da due o tre strappetti (aperture sarebbe stat la parola) dai quali intravedevi ancora quel cielo d’acqua; mentre la sinistra mano porgeva a un’altra donna, ma tanto piccina da non arrivare alle sue ginocchia; o almeno una piccina vestita interamente da donna.

Il cardillo addolorato, Anna Maria Ortese

 

toukaidou-fukuroi

  A Roma, dal 17 marzo al 7 giugno 2009 – per la prima volta in Italia

HIROSHIGE – il Maestro della Natura

Fondazione Roma, via del Corso

 

 

 

 

 

 

 

 

 

 

 

 

 

 

 

 

 

 

 

 

Le anatre sono due, ritratte contemporaneamente ma in due movimenti diversi – della seconda spunta la coda, il resto è immerso nell’acqua probabilmente a caccia di insetti o piccoli pesci. Un’anatra che racchiude in sè le due anime, quella aerea e quella acquatica del suo essere al mondo.

penelope fitzgerald

          

 

La casa sull’acqua, Penelope Fitzgerald, Sellerio

ed. orig. 1979

traduzione dall’inglese di Masolino D’Amico

recensione pubblicata da L’Indice 

 

Vincitore del prestigioso Booker Prize 1979, La casa sull’acqua di Penelope Fitzgerald è un romanzo scarno ed ellittico. In meno di duecento pagine, viene tratteggiata la vita di una eccentrica comunità che, nel pieno degli anni sessanta, si ostina a vivere nelle ultime barche sul Tamigi riattate ad abitazione. Gli abitanti di Battersea Reach si identificano a tal punto con le loro case natanti, da percepire ogni falla e ogni incrostazione delle imbarcazioni, come “punti deboli” dei loro corpi. Sono individui anfibi, creature che non appartengono né all’acqua né alla terraferma. In balìa dei moti della marea, essi sono come avvolti da un’umida e vischiosa indefinitezza. Duali e indecisi, si dibattono tra sogni e quotidianità. Nenna, la protagonista femminile, è innamorata per metà del marito che vive in un sobborgo di Londra. Willis, il pittore di marine, è mezzo artista e mezzo scaricatore di porto. L’omosessuale Maurice permette a un malvivente di usare la sua barca come deposito di merci trafugate affinché il senso del rischio e dell’abiezione bilancino la sua fragile diversità. Le scene della vita di bordo sono descritte con dovizia di particolari, ma il realismo che ne risulta si amalgama impercettibilmente con una fantasiosa visionarietà. I battelli assumono la forte valenza metaforica dell’irresolutezza, tema centrale del romanzo che racconta il fluire stesso della vita.

Il romanzo ha un impianto episodico, quasi privo di intreccio (l’azione si condensa tutta nelle ultime trenta pagine), e il finale è talmente aperto da suscitare un senso di incompletezza. Interrogativi e nodi irrisolti si accavallano l’uno sull’altro per offrire al lettore momenti di intensa riflessione. Tra improvvise epifanie e miniaturistiche descrizioni di gesti quotidiani, Fitzgerald sviluppa i personaggi a tutto tondo, svelandone i più remoti stati d’animo con tratti rapidi e sicuri. I personaggi si rivelano anche attraverso il non detto e il sottinteso, in una prosa che predilige il taglio obliquo, la visione repentina e il dialogo frammentato. Il suo arsenale stilistico è tanto vario quanto originale: l’uso del punto di vista multiplo e il passaggio dal discorso diretto a quello indiretto, l’introduzione improvvisa di eventi sorprendenti, la commistione di comico e drammatico, il gusto per l’aneddoto e per le parlate locali ricorrono in misura diversa in tutti i suoi romanzi, senza mai cadere nell’artificiosità formale.

 

Ancor più singolare è il corso della carriera letteraria della scrittrice che ha pubblicato il suo primo romanzo, Il fanciullo d’oro (1977; Sellerio, 2000), all’età di sessanta anni. Da allora sino all’anno della sua scomparsa, avvenuta nell’aprile del 2000, ha scritto dodici romanzi, tutti accolti dalla critica inglese e americana con entusiasmo. In questo breve tempo ha esplorato generi diversi, dal romanzo autobiografico La libreria (1978; Sellerio, 2000) a quello a sfondo storico Il fiore azzurro (1980; Sellerio, 1993), a quello biografico Charlotte Mew: And her Friends (1984). L’esplosione tardiva di un così ricco talento narrativo è tanto inspiegabile quanto la scarsa popolarità della scrittrice nel nostro paese, dove i suoi romanzi sono appannaggio di una cerchia ristretta di cultori.

 

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