bestie rare


Luisa Muraro 

Dio è violent – nottetempo 

Presentazione del libro: giovedì 31 maggio, ore 18.00 in via della Lungara (Casa delle Donnne)

L’estate scorsa, nel centro storico di Lecce, sul-

la cinta esterna di un complesso in ristruttura-

zione, sopra la dorata pietra leccese è apparsa

una scritta in nero che, quando la vidi, mi par-

ve scritta da me in sogno.

Suppongo che sia ancora là. Dice, in carat-

teri cubitali ma minuscoli, tolta l’iniziale che è

maiuscola: “Dio è violent…!”. La frase non è

interrotta ma mutilata, la lettera finale essendo

coperta da una macchia bianca che si estende

anche sul puntino del punto esclamativo, che

però traspare. Subito sotto, sulla destra, un’al-

tra mano ha aggiunto in lettere maiuscole, ma

piú piccole e rossastre: “E mi molesta”.

La duplice scritta solleva un gran numero

di questioni in groppo fra loro e con il nostro

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tempo, come un nodo di questioni antiche

dell’umanità arrivate al pettine.

La prima riguarda la cancellazione della let-

tera finale: è stata cancellata apposta e perché?

La finale di quell’aggettivo ci direbbe di che

genere è, -o = maschile, -a = femminile; il ge-

nere di un aggettivo, sempre secondo la nostra

grammatica, si conforma a quello del nome e

fa pensare al corrispondente genere sessuale.

Dio, nella nostra lingua, sarebbe un nome di

genere maschile ma la teologia femminista ci

ha portati a interrogarci sul genere di Dio e sul

rapporto che c’è tra Lui o Lei, e la differenza

sessuale umana, cioè il nostro essere donne e

uomini, differenza che si riverbera variamente

in tutti i linguaggi, dalla danza allo sport, dalla

moda al canto, e in molte lingue, direi tutte ma

non le conosco tutte. Non solo, in molti ricor-

diamo quel papa che regnò un solo mese, Albi-

no Luciani, il quale disse: “Dio è anche mam-

ma”, attribuendo cosí alla divinità un genere

femminile.

Purtroppo, la lettera finale essendo illeggibile,

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l’intento di chi ha voluto cancellarla, uomo o

donna, è doppiamente difficile da indovinare.

Altre domande spuntano se prendiamo in consi-

derazione la scritta aggiunta: lo fu prima o dopo

la cancellazione? Tendo a pensare che fu prima

e che la cancellazione abbia a che fare proprio

con la scritta aggiunta, come per contraccolpo.

In ogni caso, le due scritte insieme formano una

breve, drammatica narrazione. Quella principa-

le da sola, invece, sembra affermare un dogma

circa il rapporto fra Dio e la violenza.

Non possiamo escludere una cancellazione

di natura dotta, fatta cioè per insegnarci che

Dio non ha un genere come noi. L’idea di un

Dio né maschile né femminile, per quanto fi-

losoficamente inoppugnabile, un Dio persona

senza sesso, è piuttosto insulsa; per contro,

l’immagine di una teologa femminista o di un

dotto prete che nottetempo, secchiello di calce

in mano, correggono l’errore sul muro, piace e

fa ridere.

Non possiamo escludere nemmeno il fat-

to accidentale: le apparenze lo escludono ma

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nelle cose umane non si può non lasciare una

parte al caso e nelle divine pure, quando s’in-

tromettono nel nostro mondo.

La questione maggiore che pone la duplice

scritta è, chiaramente, che si predichi la violenza

di Dio. Violenza in generale che la scritta minore

interpreta in senso sessuale. C’è anche un signi-

ficato metaforico del molestare ma oggigiorno

quello prevalente riguarda i rapporti a sfondo

sessuale, con un’implicita allusione ai rapporti

dispari, di adulti con bambini o bambine, di

capi con dipendenti ecc., una disparità che, trat-

tandosi di Dio, di colpo diventa smisurata.

Associare la violenza a Dio non è una no-

vità: siamo abituati ai discorsi sulle Crociate,

l’Inquisizione, oppure l’11 settembre, il terro-

rismo islamista… Sono le risorse di una cul-

tura dei luoghi comuni. Ma predicarla, cioè

fare della violenza un predicato della divini-

tà, è insolito e sfiora la bestemmia. La scritta

di Lecce non ha niente di triviale e niente di

blasfemo. Punta direttamente su Dio senza

passare attraverso i suoi fedeli. Ma, pur met-

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tendolo in una luce temibile, non ha accenti

di protesta o di riprovazione: prevale la con-

statazione, inquietante ma distaccata. Io l’ho

letta come un messaggio ispirato dalla divinità

stessa che da quel muro si rivolge a noi umani.

Dio che scrive sui muri, è una novità ma non

per chi conosce la Bibbia.

Alla scritta di Lecce non ero preparata, ma

vederla fu piú una conferma che una sorpre-

sa. Conferma inattesa di pensieri suscitati dalla

lettura di La passione secondo G.H. della scrit-

trice brasiliana di origine ebreo-ucraina Clarice

Lispector (1920-1977). A un certo punto del

suo itinerario G.H., la protagonista, parla di

imparare a usare Dio il quale, per parte sua,

non si fa scrupolo di usarci: “Egli ci usa e non

impedisce che noi facciamo uso di Lui” e nota

che noi siamo parecchio arretrati e “non ab-

biamo un’idea di come approfittare di Dio”.

Facciamolo ricorrendo alla violenza se occorre,

cosí come con le cose di questo mondo. “An-

che con Dio ci si può aprire la strada median-

te la violenza”. Lo fa anche Lui con noi: “Egli

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stesso, quando ha piú specificamente bisogno

di uno di noi, ci sceglie e ci violenta”. (Non so

il portoghese ma mi piace citare Lispector nella

lingua originale, che è sorella della nostra: Ele

mesmo, quando precisa mais especialmente de

um de nós, Ele nos escolhe e nos violenta).

Che cosa significano queste parole? Credo

che non chiedano di essere interpretate ma

di essere prese alla lettera. E, da parte nostra,

stare a quello che succede di conseguenza alle

altre parole e alle cose.

Tirar fuori Dio in apertura di uno scritto

laico di argomento politico non si usa e vorrei

giustificarmi.

Non nominare il nome di Dio invano, dice

il libro sacro degli ebrei e dei cristiani. Però,

praticamente, che cosa vuole dire “invano”?

Per molti ormai sarebbe sempre invano. A me

nominarlo talvolta serve. Mi serve introdurlo

nei ragionamenti che non lo prevedono per

scavalcare certe divisioni fissate dal raziona-

lismo borghese. Quello, per intenderci, che

organizza l’enciclopedia dei saperi e lo fa in

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una maniera che certe volte è censura. Potrei

portare degli esempi.

Sono anch’io nemica dell’invadenza clerica-

le, come può esserlo il piú laico degli intellet-

tuali. Ma Dio non è un prete (né un intellet-

tuale) e non gli somiglia lontanamente. Vero

è che si lascia usare dai preti per i loro scopi.

Alla stessa stregua, replico, da me per i miei.

“Ele deixa”, scrive Clarice Lispector nel testo

già citato: ci lascia fare, ci lascia usarlo, ap-

profittiamone. Se ci va, naturalmente, perché

è un’opportunità offerta, non un obbligo, con

Dio vige la libertà e ci sono persone da Lui o

Lei amatissime che nascono, vivono e muoiono

senza avere mai fatto il suo nome.

Il mio scopo, nel portare questo o quel

nome (ne ha tanti, di tanti generi e numeri,

perfino tempi e coniugazioni) dove non era

previsto, è di ingrandire le vedute e di far gio-

care qualcosa del molto che è fuori gioco dal

regime storico della vita del pensiero. Qui si

tratta di trovare vedute alte e larghe sull’uso

della violenza. Si tenga conto che l’operazione

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di tirare in ballo Dio non ci fa uscire neces-

sariamente dal razionale, anzi certe volte è il

contrario: c’è infatti una ultragenerosità razio-

nale di Dio, se cosí posso esprimermi.

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La notte scorsa ho incontrato in sogno un gatto con il collo lunghissimo e un corpo da feto umano, grigio traslucido. Lo coccolo. Non so se se ha bisogno di qualcosa né come fare a dargliela. Altro sogno, anni fa, di un bambino con gli occhi sulle antenne. E’ molto piccolo, ma sa camminare e parlare. “Non mi vuoi?”. Di nuovo non so come prendermi cura di quel piccolino. Ma con tutto il mio essere voglio proteggerlo e nutrirlo! Proteggere gli ibridi e i mutanti nel vulnerabile stadio dell’infanzia è proprio la funzione del Guardiano.

William S. Burroughs

Radicale, massone, animalista. Garibaldi, un precursore

Non tutti lo sanno e non lo si ritrova nei libri di scuola, ma Garibaldi, l’eroe dei due mondi, radicale, massone, anticlericale, fu animalista e vegetariano ante litteram. Nella sua fattoria viveva con capre, pecore, galline, conigli e quattro asinelli. Aveva voluto fondare, come rivelano Domenico Selis e Giuseppe Maria Continiello, dell’Università di Cagliari, una «repubblica degli uguali: uomini e animali».

E’ vero che per un periodo della sua vita fu cacciatore e, tuttavia, come informano i due studiosi, autori di una lunga ricerca a proposito, ebbe il coraggio di cambiare idea e lo fece secondo il suo stile, senza mezzi termini, in modo risoluto.

Si sa, d’altronde, della sua predilezione per Marsala, una cavalla che gli era stata donata dai siciliani per affrontare la risalita fino a Teano. Le voleva talmente bene che quando l’animale morì fece realizzare una tomba con tanto di lapide e di epitaffio.

A Caprera, nel 1871, ricevette da Anna Winter, letterata irlandese, la proposta di mettersi alla testa del movimento animalista italiano e di creare un ente appositamente dedito alla protezione degli animali. Profondamente colpito dalle terribili condizioni in cui erano costretti a lavorare gli animali addetti al tiro pesante dei carri, al giro delle macine e al lavoro nelle miniere, si rivolse, allora, all’amico fidato Timoteo Riboli, suo medico personale, torinese, che amava tanto gli animali da dedicare diverse liriche al suo cane. Il primo aprile 1871 gli scrisse una lettera che risulta essere il più antico documento protezionistico italiano: “Mio caro Riboli, ti prego di istituire la Società Reale per la Protezione degli Animali annoverando la signora Winter quale presidente e il sottoscritto quale “socio””.

La prima sede dell’associazione (costituita “contro i maltrattamenti che subiscono dai guardiani e dai conducenti”) fu a Torino, al primo piano del n. 29 di via Accademia Albertina. Dieci anni dopo l’unità d’Italia e cinque mesi prima della breccia di Porta Pia.

Nel 1872 fu stampato dallo tipografia torinese Vincenzo Bona lo statuto sociale in quattro lingue, italiano, inglese, francese e tedesco. I soci, che si distinguevano in effettivi, benemeriti, onorari, dovevano portare “un distintivo per farsi conoscere e rispettare dai conduttori genti municipali e dalla forza pubblica, onde aver diritto di ammonire i trasgressore e mano forte contro di essi a denunziare alle rispettive autorità i trasgressori punibili con multe, sequestri dei veicoli, arresto personale”.

Nel 1938 la Società Reale per la Protezione degli Animali (poi Enpa) fu nazionalizzata e la sede fu trasferita a Roma. Divenuta, nel 1954, ente pubblico, nel 1979, è stata riconosciuta dallo Stato come ente morale. Oggi l’Enpa conta su una struttura formata da oltre centocinquanta sezioni in tutta Italia, sul contributo di oltre sessantamila tra soci e sostenitori nonché su tremila volontari attivi e su circa trecento guardie zoofile, impegnate nella prevenzione e nella repressione dei crimini contro gli animali.

Garibaldi, che nel corso della sua vita si cibò raramente di carne (il suo alimento preferito era pane, formaggio con le olive o con le fave), negli ultimi anni fu tenace assertore del vegetarianesimo e fermamente convinto che piante e animali avessero un’anima cui non si dovesse nuocere.

[da notizie.radicali.it del’8 aprile 2011 – francesco pullia]

L’apocalittica ferinità umana

L’ottimista pensa che questo sia il migliore dei mondi possibili: il pessimista sa che è vero.

Per Davide Longo uno di questi giorni, domani, ci potremmo trovare privati di tutto ciò che diamo per scontato: senza casa, senza vestiti, senza soldi saremmo costretti a cercare una via d’uscita a piedi, nel gelo dell’inverno, senza cibo, senza aiuto possibile. Il paese è in stato d’assedio, le frontiere chiuse, le banche vuote, la benzina razionata. Branchi di cani affamati e feroci ci terrorizzerebbero e si sbranerebbero tra di loro, preludio alla ferinità animalesca di un’umanità ridotta alla lotta per la vita, dove la violenza, lo stupro, la prevaricazione del forte sul debole e l’umiliazione sono moneta corrente.

Un mondo utopico –  meglio, distopico – o non piuttosto una lucida riflessione sul mondo in cui viviamo?

A noi, abitanti del mondo ricco fatto di automobili e libri e cinema e musica da ascoltare a piacimento e relazioni sociali significative,  potrebbe succedere questo: di perdere tutto ciò che non vogliamo dare a quelli che non hanno mai avuto niente e per cui la legge dell’ homo homini lupus è ancora in vigore. Potremmo perdere tutto e anche rischiare la morte ogni giorno, dover mangiare quello che troviamo, dormire sulla nuda terra. Se fortunati, sopravvivere.

Quella di Longo è una riflessione che trascende il momento storico per divenire esistenziale: la sua è l’universale riflessione sulla condizione umana che prende forma sullo sfondo cupo di un viaggio attraverso una terra di nessuno, dove non esiste più regola, legge, principio. Sarà solo del singolo individuo, del disperato Leonardo che porta sulle sue spalle la responsabilità della vita di altri esseri più deboli di lui, cercare dentro di sé la risposta, la parola, la scintilla del bene che sola lo guiderà verso la salvezza. Le stelle brillano indifferenti sulla legge morale: la mitezza è la forza da contrapporre alla violenza brutale di umani animaleschi, bestie violente come solo il loro genere sa.

Gli animali invce sono solo vittime – come i cani ammazzati o abbandonati a sbranarsi  su un isola deserta – o rappresentanti di quella natura benevola e silenziosa che offre con discrezione e umiltà sostegno e conforto: il cane Bauschan salvato da cucciolo, il placido elefante indiano David e l’asina Circe accompagnano come spiritelli buoni il viaggio nell’orrore che porta alla salvezza finale: l’uomo ritorna ad uno stato primordiale ma ricco della consapevolezza della storia e del sacrificio – è la vita com’è e non come deve essere: vissuta e riflettuta ma non descritta in un libro. Senza compromessi. Pura.

Come una variazione di Bach suonata da Gould il romanzo è scritto dal basso verso l’alto: Good can immagine evil. But evil cannot immagine good. Solo mantenendosi verticale, non soccombendo, l’uomo è in grado di discernere con la testa e con il cuore, così trovando salvezza.

(L’uomo verticale, Davide Longo, Fandango libri, 2010)


sailing the wind

Per tutti quelli che hanno deciso di affidarsi alla guida spirituale di un animale, in particolare un cane, e chissà quanti di un levriere, nello specifico un o una Saluki. Per chiunque abbia mai amato un cane e per i folli che vivono con uno – o più – Saluki , con cui discutono le scelte, ascoltano esigenze e rimostranze, osservano e condividono gioie e altro.

I cani più antichi e felini ci insegnano continuamente il valore della libertà.  Freedom to run!

http://livingwithinfidelsdiaryofasaluki.blogspot.com/

Whoever is lucky enough to live with a Saluki – or a sighthound – will know how important freedom is for these ancient and feline dog-like creatures.  Salukis observe, reflect and judge us incessantly and need full, stimulating lives: the least we can do is to let them run free. In our case it has become a full-time job to look for suitable places: beaches, hills, open fields… any huge expanse of land unclatterd by cars, traffic and human commotion. Uriel is only too happy to comply with his nature but Stella,  a pure bred Arab-born desert princess and only equally born to run, is held captive… FREE STELLA!!

978880618314GRASotto la pelle chi c’è?

Isserly vaga per le Highlands scozzesi sola, in cerca di uomini. Non maschi, ma esseri umani da catturare e a cui verrà ammanito il trattamento che loro per tradizione riservano ad altri  animali considerati inferiori. Un libro che più che indagare sulla natura umana, indaga sulla natura di chi umano non è ma intrattiene scambi con il genere di Adamo – nel bene e nel male.

Una storia misteriosa che ci apre gli occhi su una realtà distopica: uno specchio deformante che rimanda alcune perculiarità umane su cui riflettere. E forse da modificare. 

Era l’uomo più bello che avesse mai visto. Familiare in modo quasi sconvolgente, come soltanto le persone famose riescono a essere, ma anche stranissimo, come se non l’avesse mai visto prima; le immagini della televisione e dei giornali, che ricordava a malapena, non trasmettevano nulla del suo fascino. Come tutti gli altri della loro razza ( a parte Isserley ed Eswiss, ovviamente) stava su quattro zampe nudo, con gli arti della stessa lunghezza e della stessa agilità. Aveva anche una coda prensile che, se aveva bisogno di tenere libere le mani anteriori, poteva utilizzare come quinto punto d’appoggio, stile treppiede. Il suo piede si stringeva delicatamente in un lungo collo, sul quale la testa, appoggiata come un trofeo, si estendeva in tre spigoli: le orecchie aguzze e il muso volpino. Aveva occhi grandi e perfettamente rotondi, posizionati al centro del volto, che era coperto da una peluria soffice, come tutto il resto del corpo.

 

Sotto la pelle, Michael Faber, Einaudi. Traduzione dall’inglese  di Luca Lamberti.

Titolo originale: Under the Skin

una slavina bianco feretro
ci attende
ad ultimare il filo:
i semi li ho persi
quassù nella neve.
Nella testa fa freddo:
dimentico i piedi per mesi
e il resto del corpo
anche se i fari sono sempre accesi.
Non ho paura di tagliare i capelli, adesso.

 

(di Elisa Biagini)

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