Radicale, massone, animalista. Garibaldi, un precursore

Non tutti lo sanno e non lo si ritrova nei libri di scuola, ma Garibaldi, l’eroe dei due mondi, radicale, massone, anticlericale, fu animalista e vegetariano ante litteram. Nella sua fattoria viveva con capre, pecore, galline, conigli e quattro asinelli. Aveva voluto fondare, come rivelano Domenico Selis e Giuseppe Maria Continiello, dell’Università di Cagliari, una «repubblica degli uguali: uomini e animali».

E’ vero che per un periodo della sua vita fu cacciatore e, tuttavia, come informano i due studiosi, autori di una lunga ricerca a proposito, ebbe il coraggio di cambiare idea e lo fece secondo il suo stile, senza mezzi termini, in modo risoluto.

Si sa, d’altronde, della sua predilezione per Marsala, una cavalla che gli era stata donata dai siciliani per affrontare la risalita fino a Teano. Le voleva talmente bene che quando l’animale morì fece realizzare una tomba con tanto di lapide e di epitaffio.

A Caprera, nel 1871, ricevette da Anna Winter, letterata irlandese, la proposta di mettersi alla testa del movimento animalista italiano e di creare un ente appositamente dedito alla protezione degli animali. Profondamente colpito dalle terribili condizioni in cui erano costretti a lavorare gli animali addetti al tiro pesante dei carri, al giro delle macine e al lavoro nelle miniere, si rivolse, allora, all’amico fidato Timoteo Riboli, suo medico personale, torinese, che amava tanto gli animali da dedicare diverse liriche al suo cane. Il primo aprile 1871 gli scrisse una lettera che risulta essere il più antico documento protezionistico italiano: “Mio caro Riboli, ti prego di istituire la Società Reale per la Protezione degli Animali annoverando la signora Winter quale presidente e il sottoscritto quale “socio””.

La prima sede dell’associazione (costituita “contro i maltrattamenti che subiscono dai guardiani e dai conducenti”) fu a Torino, al primo piano del n. 29 di via Accademia Albertina. Dieci anni dopo l’unità d’Italia e cinque mesi prima della breccia di Porta Pia.

Nel 1872 fu stampato dallo tipografia torinese Vincenzo Bona lo statuto sociale in quattro lingue, italiano, inglese, francese e tedesco. I soci, che si distinguevano in effettivi, benemeriti, onorari, dovevano portare “un distintivo per farsi conoscere e rispettare dai conduttori genti municipali e dalla forza pubblica, onde aver diritto di ammonire i trasgressore e mano forte contro di essi a denunziare alle rispettive autorità i trasgressori punibili con multe, sequestri dei veicoli, arresto personale”.

Nel 1938 la Società Reale per la Protezione degli Animali (poi Enpa) fu nazionalizzata e la sede fu trasferita a Roma. Divenuta, nel 1954, ente pubblico, nel 1979, è stata riconosciuta dallo Stato come ente morale. Oggi l’Enpa conta su una struttura formata da oltre centocinquanta sezioni in tutta Italia, sul contributo di oltre sessantamila tra soci e sostenitori nonché su tremila volontari attivi e su circa trecento guardie zoofile, impegnate nella prevenzione e nella repressione dei crimini contro gli animali.

Garibaldi, che nel corso della sua vita si cibò raramente di carne (il suo alimento preferito era pane, formaggio con le olive o con le fave), negli ultimi anni fu tenace assertore del vegetarianesimo e fermamente convinto che piante e animali avessero un’anima cui non si dovesse nuocere.

[da notizie.radicali.it del’8 aprile 2011 – francesco pullia]