penelope fitzgerald

          

 

La casa sull’acqua, Penelope Fitzgerald, Sellerio

ed. orig. 1979

traduzione dall’inglese di Masolino D’Amico

recensione pubblicata da L’Indice 

 

Vincitore del prestigioso Booker Prize 1979, La casa sull’acqua di Penelope Fitzgerald è un romanzo scarno ed ellittico. In meno di duecento pagine, viene tratteggiata la vita di una eccentrica comunità che, nel pieno degli anni sessanta, si ostina a vivere nelle ultime barche sul Tamigi riattate ad abitazione. Gli abitanti di Battersea Reach si identificano a tal punto con le loro case natanti, da percepire ogni falla e ogni incrostazione delle imbarcazioni, come “punti deboli” dei loro corpi. Sono individui anfibi, creature che non appartengono né all’acqua né alla terraferma. In balìa dei moti della marea, essi sono come avvolti da un’umida e vischiosa indefinitezza. Duali e indecisi, si dibattono tra sogni e quotidianità. Nenna, la protagonista femminile, è innamorata per metà del marito che vive in un sobborgo di Londra. Willis, il pittore di marine, è mezzo artista e mezzo scaricatore di porto. L’omosessuale Maurice permette a un malvivente di usare la sua barca come deposito di merci trafugate affinché il senso del rischio e dell’abiezione bilancino la sua fragile diversità. Le scene della vita di bordo sono descritte con dovizia di particolari, ma il realismo che ne risulta si amalgama impercettibilmente con una fantasiosa visionarietà. I battelli assumono la forte valenza metaforica dell’irresolutezza, tema centrale del romanzo che racconta il fluire stesso della vita.

Il romanzo ha un impianto episodico, quasi privo di intreccio (l’azione si condensa tutta nelle ultime trenta pagine), e il finale è talmente aperto da suscitare un senso di incompletezza. Interrogativi e nodi irrisolti si accavallano l’uno sull’altro per offrire al lettore momenti di intensa riflessione. Tra improvvise epifanie e miniaturistiche descrizioni di gesti quotidiani, Fitzgerald sviluppa i personaggi a tutto tondo, svelandone i più remoti stati d’animo con tratti rapidi e sicuri. I personaggi si rivelano anche attraverso il non detto e il sottinteso, in una prosa che predilige il taglio obliquo, la visione repentina e il dialogo frammentato. Il suo arsenale stilistico è tanto vario quanto originale: l’uso del punto di vista multiplo e il passaggio dal discorso diretto a quello indiretto, l’introduzione improvvisa di eventi sorprendenti, la commistione di comico e drammatico, il gusto per l’aneddoto e per le parlate locali ricorrono in misura diversa in tutti i suoi romanzi, senza mai cadere nell’artificiosità formale.

 

Ancor più singolare è il corso della carriera letteraria della scrittrice che ha pubblicato il suo primo romanzo, Il fanciullo d’oro (1977; Sellerio, 2000), all’età di sessanta anni. Da allora sino all’anno della sua scomparsa, avvenuta nell’aprile del 2000, ha scritto dodici romanzi, tutti accolti dalla critica inglese e americana con entusiasmo. In questo breve tempo ha esplorato generi diversi, dal romanzo autobiografico La libreria (1978; Sellerio, 2000) a quello a sfondo storico Il fiore azzurro (1980; Sellerio, 1993), a quello biografico Charlotte Mew: And her Friends (1984). L’esplosione tardiva di un così ricco talento narrativo è tanto inspiegabile quanto la scarsa popolarità della scrittrice nel nostro paese, dove i suoi romanzi sono appannaggio di una cerchia ristretta di cultori.

 

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